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La roba di castagne
ovverossia
il tesoro dei poveri

Castagnedola deve il suo nome a castagnetum, e la "terra a castagno" trova la sua prima menzione in un atto notarile del 1337.
Il paesaggio medievale si srotola, uguale a se stesso, davanti agli occhi della storia della memoria, complice quella di Matilde di Canossa che promosse l'introduzione del castagno nell'Appennino affinché tutti ne potessero trarre sia cibo che sostentamento. E davvero questa pianta ha del prodigioso. Non c'è nulla che non possa essere utilizzato: dai frutti che sono stati alla base dell'alimentazione della gente di montagna, alle bucce secche, i ricci e resti della potatura che venivano usati come combustibile, alle foglie cadute che venivano usate come lettiera per il bestiame, al legno dei rami per farne pali e quello del tronco come materiale da costruzione e mobili.
E intorno a questi boschi, un ininterrotto mantello verde che univa e amalgamava vette e vallate, la vita della gente girava col ritmo lento delle giostre antiche, e il lavoro si snodava ogni anno sempre uguale, così come ogni anno la terra è uguale a se stessa nell'eterno ritorno delle stagioni: gesti ancora vivi nella memoria dei vecchi, che ne parlano con quella tenerezza intrisa di nostalgia del tempo che è passato. Quasi che niente costasse fatica... la potatura a fine inverno, quando spesso i castagneti erano ancora induriti dal gelo, il legare a fascine i rami secchi e portarli a casa sulle spalle o quando andava bene con il biroccio; a primavera gli innesti, a settembre il pulire bene il sottobosco dalle erbacce e dalle sterpaglie, poi a ottobre la raccolta coi grandi cesti e i sacchi... quante volte veniva percorsa la strada per il metato, e come dondolava il biroccio tirato dai grandi buoi, la strada che si moltiplicava per i tanti giri, per i tanti anni, per i giri e gli anni di padri e nonni e bisnonni e ancora indietro nel tempo, di quel tempo antico che sempre si ripete uguale a se stesso.
E poi rastrellare i ricci non aperti e pestarli a forza per strappare loro anche l'ultima castagna, e poi ancora spazzare il castagneto con quelle scope di saggina belle forti, gesti affettuosi e familiari quasi fosse la cucina di casa, e le foglie secche anche quelle portate a casa, e i sonni delle bestie nelle stalle sapevano forse di quell'odore muschiato dei boschi e vedevano la falce di luna che diventava sempre più grande fino a brillare tutta e illuminare le foglie più alte.
E poi dentro il metato, a seccare al fuoco di ceppaia e bucce, piano piano, per tre lune, guardate a vista come bambini ammalati, rivoltate perchè nessuna sia molle e nessuna si bruci, e poi tutte nella pila, il grande mortaio di legno in cui venivano liberate dalla buccia e dalla sansa, e poi eccole riposte nel vassoi, tutte belle sgusciate e pulite, pronte per essere portate al mulino, macinate dalle grosse macine di pietra che l'acqua fredda faceva girare e girare, altre lune nel cielo, altri inverni e primavere che lasciano il posto al caldo dell'estate e al rosso dell'autunno dell'eterna ruota del tempo.
In queste sere d'agosto Casagnedola ritorna ad essere la terra a castagno di un tempo che sta uscendo dal tesoro della memoria per farsi antica la storia di quel tesoro dei poveri che non brillava d'oro ma che era pane e fuoco, cuore di un vivere improntato alla fatica, agli orizzonti vicini, a un tempo lento e scandito dalla luce del sole e dai ritmi della terra.
Piccola storia di un piccolo mondo, fatto di un vivere quotidiano di uomini che non hanno scritto la storia, ma sono caduti nel silenzio senza cronaca di ciò che è stato. Solo la terra mantiene le impronte del loro divenire, in quei boschi sopravvissuti che ancora in autunno si incendiano di rosso e le castagne sono un qualche cosa in bilico fra il frutto dell'albero e le radici della gente che qui è nata, o solo ritorna.

Simona Zanichelli

 

ZOCCA: CENNI STORICI

Zocca non è nata da una torre, da una rocca o da una nobile famiglia di feudatari... Si vuole infatti che il nome Zocca derivi da una ceppaia (in dialetto "zoca") di castagno che contrassegnava la località dove si usava tenere un mercato. Il Duca Borso d'Este confermò nel 1465 l'istituzione del mercato in occasione della fiera di San Giacomo e Sant'Anna. Il Comune invece è di origine Napoleonica. Fece parte del Regno Italico e ne seguì le sorti (1804-1814). Il Comune fu soppresso con la Restaurazione e Zocca fu ridotta a sede di Commissariato Politico e Giusdicenza. Intorno agli anni 1830-1835 i Cittadini di Zocca diedero un notevole contributo al Risorgimento Nazionale. Nel 1860 il Comune venne finalmente ricostituito dal Dittatore dell'Emilia, Luigi Carlo Farini, cui si deve anche la costruzione della pittoresca strada che, passando per Zocca, adottò ad insegna del suo stemma comunale "Fenice rinascente", col motto "Post fata resurgo", e si avviò a diventare un importante centro. Dall'ultima guerra il Paese uscì quasi totalmente distrutto, ma già dopo tre anni, grazie all'iniziativa dei cittadini, era completamente risorto. Si rinnova così il destino enunciato dallo stemma del Comune. Nel 1895 fu costruito l'attuale tempio dedicato al Sacro Cuore che sostituì il vecchio Oratorio (demolito nel 1926), intitolato a San Contardo. Zocca divenne "Parrocchia a sé stante" nel 1929. Il territorio comunale comprende sette frazioni:  Montombraro, Ciano, Montalbano, Missano, Montetortore, Montecorone, Rosola.